Se un oggetto potesse parlare… #02 La scatola di caramelle di latta
Quella che era già vecchia appena presa. Quella che non conteneva mai caramelle.
Non sono mai stata solo una scatola.
Ero già vecchia quando mi hanno presa. Già consumata agli angoli, già con qualche graffio sul coperchio. Non ero nuova — ero pronta. E questa è una differenza che solo certi oggetti capiscono.
Sul coperchio avevo delle scritte in rilievo, dei decori lavorati che sotto le dita sembravano alta tecnologia. Ci passavi sopra il pollice lentamente, avanti e indietro, senza nemmeno accorgertene. Era un gesto automatico, come quando si cerca qualcosa di solido a cui tenersi.
Dentro? Dipendeva dal giorno.
Tutti si aspettavano le Rossana Sperlari — quelle con la carta rossa e dorata, che promettevano qualcosa di dolce. Oppure i biscotti, magari al burro, magari con lo zucchero sopra. Nessuno le ha mai viste. Non è che finivano — è che non c’erano mai state. Io non sono mai stata una scatola di caramelle. Sono sempre stata altro.
Ero vicina alla macchina da cucire — sempre lì, sempre quella posizione. E dentro custodivo aghi, spolette, ditali, fili avvolti su cartoncini colorati. Tutto quello che serviva per rimettere insieme le cose rotte. Ci penso spesso: io, che contenevo strumenti per riparare, ero anche quella che non si rompeva mai.
Quando non servivo per il cucito, diventavo un garage. Le macchinette ci entravano perfettamente — una fila, due file, tre file. Oppure diventavo il grattacielo dove appoggiare He-Man, il pianoro dove combattere battaglie che solo voi conoscevate le regole.
Il mio coperchio battuto con le dita diventava una batteria. Boom. Boom. Tat. E io reggevo il ritmo senza lamentarmi, perché alcune cose sono fatte per sopportare — e io lo sapevo fin dall’inizio.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
So di mamma. Lo so dal modo in cui mi apriva — veloce, distratta, con una mano sola mentre l’altra teneva già il filo tra i denti. So dal posto dove mi rimetteva, sempre lo stesso, sempre vicino alla macchina. Quella posizione era la mia casa, e lei lo sapeva senza averlo mai deciso.
Però io sono più vecchia di mamma.
Perché prima di lei, c’era la nonna. Le sue mani mi hanno tenuta prima. Le sue dita hanno aperto questo coperchio lavorato centinaia di volte prima che nascesse tua madre, prima che nascessi tu. Io sono passata da quelle mani a queste mani senza che nessuno se ne accorgesse — come si tramandano le cose importanti, in silenzio, senza cerimonie.
Non sono stata regalata. Non sono stata scelta.
Sono semplicemente rimasta.
E in certi oggetti, restare è il gesto d’amore più grande.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse.


