La Smemoranda - Se un oggetto potesse parlare… #05
Quella che costava un botto. Quella che pesava davvero.
Costavo un botto.
E lo sapevi già quando la chiedevi — quella richiesta calibrata, nei giorni giusti dell’estate, quando mamma e papà erano nel mood delle concessioni straordinarie. Non ero un diario qualunque. Ero un investimento. Un oggetto serio, per persone serie, con l’anno stampato in copertina come fosse un passaporto.
Pesavo. Pesavo davvero — una macigno nello zaino, un mattone nella borsa. Ma quel peso era parte del punto. Portarmi significava qualcosa. Significava che non eri più di quelli con il Diario di Snoopy — quello era per i bambini. Io ero per quelli più grandi degli anni che avevano.
La prima cosa che ci mettevi dentro erano gli indirizzi.
Non numeri di telefono — indirizzi. Via, numero civico, città, CAP. Scritti in stampatello, con una certa solennità, perché perdere quel momento significava perderli per sempre. Non c’era Facebook, non c’era niente. C’era solo quella trascrizione — e la consapevolezza che un’onda o un gelato di troppo potevano portarsi via una persona per sempre.
Ancora oggi ci sono due, tre persone che vorresti risentire. Si sono perse così — tra la spiaggia e il lungomare, in quel momento in cui non hai preso la penna in tempo. Io le ricordo ancora, quelle pagine. Tu forse sì, forse no.
Poi arrivavano le dediche.
Sui tavoloni del bar del bagno — quei tavoli grandi, di plastica, con le sedie impilabili e le bibite col cannucchino — ci si passava ore. Io giravo di mano in mano. Ognuno apriva una pagina, prendeva la sua penna — straordinariamente colorata, sempre — e scriveva. A ruota libera, senza pensarci troppo, con quella libertà che hanno le cose scritte al mare.
Non erano messaggi. Non erano post. Erano solchi. Biro su carta, pressione vera, segno che restava. E qualche mese dopo, a settembre, a gennaio, ripercorrevi quei solchi con il dito — lentamente, seguendo il tratto di qualcuno — e le emozioni tornavano. Non il ricordo delle emozioni. Le emozioni stesse.
Quante cose scritte sono le uniche che rimangono, oltre al digitale.
E se lo dico io, che sono fatta di carta e inchiostro.
Dentro finivano anche i tagliandini delle discoteche.
Sempre belli, sempre fatti bene — carta patinata, grafica curata, quella scritta immancabile: Ingresso Gratuito Donna. L’uguaglianza tra uomo e donna di quei tempi, diciamolo. Li prendevi perché erano belli da collezionare, perché erano la testimonianza delle frequentazioni danzerecce — o di quelle che avresti voluto avere.
Per la verità, il più delle volte non ci eri mai stato.
Ma i tagliandini sì.
A settembre diventavo anche custode delle foto.
Quelle sviluppate al ritorno — non tutte, solo le migliori, quelle che valevano il rullino. Le infilavi a caso tra le pagine, senza ordine, senza logica. Perché l’ordine avrebbe tolto la magia. Così, girando le pagine a gennaio, tra una nota di classe e una giustificazione, saltava fuori una foto dell’estate — improvvisa, inaspettata, come un regalo che ti facevi da solo.
Ero il ponte tra l’estate e l’inizio della scuola. E poi la boccata d’aria a gennaio, quando l’estate sembrava lontanissima. Aprivi una pagina a caso e il mare tornava per qualche secondo — l’odore della crema solare, il rumore delle onde, il peso caldo del sole sulle spalle.
Dentro di me conviveva tutto: le note di classe, le giustificazioni, gli indirizzi delle amiche, i tagliandini, le foto, i solchi delle dediche. Un archivio caotico e perfetto di chi eri stato quell’anno.
E in fondo — in fondo — c’erano i foglietti pre-tagliati.
Pronti all’uso. Staccabili con un gesto solo, passabili di banco in banco. Destinati a quella del primo banco — la più carina, la più cretina, come cantava Venditti in Compagno di Scuola. Parole che non avresti mai detto ad alta voce, ma che su un foglietto diventavano possibili.
Quei foglietti erano il coraggio in formato ridotto.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
Non ero un’agenda. Non ero un diario. Ero la capsula del tempo di un’estate intera — con l’anno stampato in copertina perché non ci fossero dubbi su quale estate, quale versione di te, quale momento esatto del tempo.
Pesavo, sì. Ma non per la carta.
Pesavo per tutto quello che contenevo.
E lo sai anche tu.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse…
Certi oggetti sanno chi siamo davvero.
Contatto Divino esiste perché quella memoria non vada perduta.



