#06 La prima macchina (di mamma e papà) - Se un oggetto potesse parlare…
Quella grigio metallizzato. Quella che non era tua — ma per quelle ore lo era completamente
Non ero tua.
E lo sapevamo entrambi. Avevo la carta di circolazione a nome di tua madre, vivevo in garage come sempre, e il mio futuro dipendeva da una serie di concessioni non scritte che si rinnovavano ogni volta che chiedevi le chiavi. Ma per quelle ore — per quei giri, quelle serate, quelle avventure improvvisate — ero completamente tua.
Sono una Fiat Punto ELX. Grigio metallizzato, iniezione elettronica, AF144TD. Non la Punto bianca di tuo padre — quella senza il servosterzo, quella che ti faceva fare i muscoli solo per girare. Io ero la versione evoluta. Più morbida, più moderna, più adatta a portarti dove volevi andare.
Lo so che non ricordi il primo giro.
Io sì.
Ricordo però la morosina.
Quella prima volta che sei andato a prenderla — il modo in cui hai controllato lo specchietto tre volte in più del necessario, come ti sei seduto un po’ più dritto del solito, come hai tenuto le mani sul volante con quella precisione leggermente esagerata di chi vuole sembrare disinvolto. Lei è salita sorridendo. E tu, in quel momento — sembravi un dio.
Ci siamo capiti subito, io e te.
Dopo la prima trasferta è arrivata la radio Kenwood.
Multicolor. Con il telecomando. Display doppio con gli effetti di colore. Caricamento MP3. In Italia non si era mai vista una cosa del genere — una vera terronata, diciamolo. Ma che goduria della musica che faceva. La montavi su di me con quella soddisfazione di chi ha appena installato un impianto alla NASA su una 500.
Il primo giro in autostrada non era programmato.
Un giro di gruppo a Bologna — e a un certo punto, per caso, eccoti in autostrada. Chi ci aveva mai guidato, in autostrada? Nessuno. Ma l’autostrada non aspetta che tu sia pronto — ti prende e ti porta, e tu tieni il volante e fai finta di sapere esattamente cosa stai facendo.
Lo sapevo io che non lo sapevi. Ti ho portato lo stesso.
Non mi hai fatto molti chilometri, in proporzione. Eri sempre in giro per il mondo per lavoro — e quando tornavi, io ero in garage, ferma, pronta. Aspettare non è passivo. Aspettare è una forma di fedeltà.
Alcune cose sono successe su di me che è meglio non nominare. Chi ha un po’ di fantasia ci arriva.
Io ho visto tutto e non dico niente.
E poi c’è quel venerdì notte di gennaio.
Dentro al canale, a testa in giù, a 20 km/h. Quella paura silenziosa e improvvisa che ti prende quando il mondo smette di stare al suo posto. Il punto è che ce l’abbiamo fatta entrambi. Una ripulita, qualche controllo, e si ripartiva. Come sempre.
Certe macchine sono fatte per resistere.
Certe persone anche.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
So della custodia dei CD. Rigorosamente piratati, rigorosamente caduti in prescrizione. Quella custodia era la colonna sonora di tutto quello che è successo su di me. Ogni viaggio aveva la sua traccia, ogni serata il suo disco.
So anche che controllavi l’app. Quella delle revisioni, delle assicurazioni — cercavi i miei chilometri, volevi sapere dove ero andata dopo di te. Non era nostalgia. Era qualcosa di più sottile — la curiosità di chi ha lasciato andare qualcosa e continua, ogni tanto, a voltarsi.
Non ti preoccupare.
Mi sono trovata bene.
Ma i chilometri più belli li ho fatti con te.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse…
Certi oggetti sanno chi siamo davvero.
Contatto Divino esiste perché quella memoria non vada perduta.



