Non solo quello che hai scritto. So il momento in cui hai deciso di scrivermi. Il pensiero che hai tenuto dentro per giorni, aspettando di trovare le parole giuste. La scelta della carta — perché sì, si sceglieva la carta. Non era un dettaglio. Era il primo messaggio, quello silenzioso, quello che arrivava prima ancora di aprire la busta
.
Potevi essere barocco, con quei decori dorati che sembravano usciti da un ufficio postale del Settecento. Potevi essere Lupo Alberto, ironico, leggero, quasi a voler dire non prendere troppo sul serio quello che segue. O potevi essere Diddl — quel topino romantico e dolce inventato da un tedesco, che aveva capito qualcosa degli anni Novanta meglio di chiunque altro.
La carta diceva già chi eri, quel giorno, con quella persona.
La penna stilografica.
Quella che immancabilmente si seccava. La portavi sotto l’acqua corrente calda, aspettavi, la scrollavi, la asciugavi. Decine di maglie macchiate a vita — ma quella è un’altra storia, un altro oggetto che potrebbe parlare. La stilografica era il solo strumento possibile. Non una biro. Non una matita. La stilografica aveva quella gravità giusta — l’inchiostro che scorreva lento, che si depositava sulla carta con una pressione che sentivi nel polso.
La stanza.
Camera tua. Porta chiusa — chiusa a chiave se possibile, o almeno con quella fermezza di chi sta facendo qualcosa di importante e non vuole essere interrotto. Buio tutto intorno. Solo la lampada neon sulla scrivania — quella luce bianca, precisa, che illuminava esattamente il foglio e nient’altro.
La radiolina bassa in sottofondo. Non per sentirla — per non sentire il silenzio.
Quella concentrazione. Quel qui ed ora che avevamo e che non sapevamo di avere — perché si capisce il valore delle cose solo quando si perdono. Nel 2026 la chiamano mindfulness. Allora era semplicemente scrivere una lettera, con la porta chiusa, al buio, con la lampada accesa.
Cosa è successo dopo? Questa è la domanda che non ha risposta.
Si cominciava dalla data, luogo e ora. In alto a destra.
Quel momento aveva qualcosa di ufficiale, quasi notarile. Fermavi il tempo sulla carta — Modena, 14 marzo 1995, ore 21:30 — e da quel momento quella lettera apparteneva a quel preciso istante dell’universo. Non più tardi, non prima. Lì.
Chissà se qualcuno nato dopo il 2000 sa ancora quali sono gli spazi canonici di scrittura di una lettera. Ho i miei dubbi.
Non esisteva la tastiera. Non esisteva il cancella.
Buona la prima — altrimenti addio foglio, e si scompaginava il rapporto con il numero delle buste, che era preciso, calibrato, e non ammetteva errori. Ogni parola scritta era definitiva. Ogni frase era un impegno. Non c’era modo di tornare indietro, di rileggere, di correggere a metà. Si andava avanti.
E non esistevano i cellulari, non esistevano le email. Il vero problema era capire cosa eliminare — perché i pensieri si erano accumulati dall’ultima volta che avevi visto o sentito quella persona. Giorni interi di cose da dire, ragionamenti, incazzature, speranze. Tutto doveva passare per quel foglio. Quello era l’unico canale.
Quello che non ci entrava, restava dentro.
La lettera era un flusso di coscienza.
Tutto quello che quella persona ti faceva provare — amore, passione, rabbia, speranza — scorreva giù per il foglio senza schema, senza architettura. Non era un testo costruito. Era un pensiero che si srotolava mentre la penna avanzava.
L’inchiostro veniva assorbito dalla carta lentamente — e tu lo seguivi con l’occhio, quella macchia scura che diventava opaca, che si asciugava, che diventava definitiva. Lo seguivi come si segue un respiro. Nel 2026 qualcuno ti ha detto che è mindfulness. Allora era solo guardare la penna.
Avevi letto da qualche parte — forse sul Cioè sbirciato in edicola — che se scrivevi verso il basso significava che pensavi in maniera negativa. E quella era l’ultima cosa che volevi trasparisse. Quindi tenevi le righe dritte, controllavi l’orizzonte del foglio, correggevi la pendenza con quella cura quasi superstiziosa di chi vuole che ogni cosa dica la cosa giusta.
Non hai mai riletto quello che scrivevi. Né mentre scrivevi, né dopo. Perché quelle parole erano figlie del momento, non di uno schema. Rileggerle avrebbe significato giudicarle — e le correzioni, il bianchetto, erano cose che non sopportavi. Era a metà tra un flusso di coscienza e un diario di quello che ti era capitato in quei giorni.
Man mano che le righe si avvicendavano, lo spazio si riduceva.
E con lo spazio si filtravano le cose importanti. Quelle marginali cadevano — non c’era più posto, non c’era più tempo. Rimaneva il nucleo, quello vero, quello che doveva arrivare. La mente teneva sempre un tot di spazio per la firma — e poi, più importante della firma, l’NB.
Il Nota Bene era il cuore di tutto.
In quelle due lettere era racchiuso il messaggio lampo — il riassunto più denso di tutta la lettera, scritto quando lo spazio finiva e la chiarezza aumentava. Tante volte lì c’era il fulcro di tutta l’emozione. Quello che non eri riuscito a dire nelle righe precedenti, o che non avevi avuto il coraggio di mettere al centro, finiva lì — in fondo, dove sembrava un’aggiunta e invece era la cosa più importante.
N.B. — Secondo me all’epoca, dopo quell’NB, la cosa più importante era la soluzione del cruciverba della Settimana Enigmistica.
Poi arrivava l’effetto sorpresa.
La lettera non poteva essere solo parole. Doveva avere peso — quello giusto, attento al limite massimo della busta “per evitare che arrivasse con la multa”. Una delle grandi leggende metropolitane degli anni Novanta: nessuno ha mai ricevuto una multa per una busta troppo pesante. Ma il timore c’era, e regolava la selezione degli inserti con la precisione di un direttore di museo.
Dentro ci finivano: una margherita pressata. Petali di rosa. Le foto tessera ritagliate — il selfie fino agli anni Novanta, quello autentico, quello fatto in quella cabina automatica con la tenda e la luce che sparava in faccia.
E poi due tocchi degni della Citoyen d’honneur francese all’epoca di Napoleone.
Il profumo. Ok, non prendiamoci troppo sul serio — era il deodorante Axe. Ma tanto anche chi lo riceveva non sapeva la differenza. L’importante era l’intenzione — quel tocco di fragranza che diceva questa lettera sa di me.
E la ceralacca.
Quella era il sigillo del mondo. La scioglievi con quell’accendino preposto solo per quella singola azione — perché in casa nessuno fumava, e quell’accendino era un bene di lusso con una funzione esclusiva. Goccia dopo goccia che cadeva sulla carta, che si depositava, che si espandeva — e poi il timbro con le tue iniziali, premuto con quella pressione giusta, tenuto il tempo giusto. Il risultato era permanente. Irrevocabile.
Quella ceralacca ti autoconvinceva che la lettera avesse una sorta di precedenza sulla consegna. In un sistema in cui tutto richiedeva circa sette giorni, se andava bene, quella ceralacca sembrava una corsia preferenziale. Non lo era. Ma sembrava.
E poi — il tocco finale. Tra la tamarraggine e la corruzione.
Sotto allo spazio del destinatario, fuori da ogni regola postale, in maniera tecnicamente illegale, scrivevi:
Postino, muoviti che è urgente.
In qualche modo è servito. Hai creato una relazione virtuale con il postino destinatario. Non sai chi fosse. Non l’hai mai visto. Ma da qualche parte, in quella catena silenziosa di mani che portano parole da un posto all’altro, qualcuno ha letto quella frase e ha sorriso — o accelerato il passo.
Gli ultimi due passaggi del rituale. Praticamente la messa è un rave party a confronto.
L’applicazione del francobollo — con quella cura, quella precisione, quel verificare che fosse dritto, che aderisse bene, che non si staccasse.
E poi l’inserimento della busta nella cassetta della posta più vicina alla sede centrale delle poste. Non la prima cassetta che capitava. Quella più vicina al centro di smistamento. Perché ogni ora poteva fare la differenza — e il tuo livello di impazienza nella vita non ammetteva margini di errore.
Poi si aspettava.
Sette giorni. Forse otto. A volte dieci, con quel senso crescente che qualcosa fosse andato storto, che la lettera si fosse persa, che il postino non avesse letto la scritta urgente.
E poi arrivava la risposta.
La rilettura per almeno tre volte — la prima veloce, per vedere come andava a finire. La seconda lenta, per cogliere ogni parola. La terza ancora più lenta, per capire le sfumature, i toni, quello che c’era scritto tra le righe. Perché le lettere avevano strati — e ogni rilettura ne restituiva uno nuovo.
Poi veniva depositata in una scatola di sigari Romeo & Giulietta. E successivamente in una cassettina di sicurezza, gelosamente chiusa, custodita sotto la scrivania.
Si viveva sulle emozioni. Sul valore del tempo. Sul peso dei pensieri.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
C’è stato un momento in cui hai smesso di scrivere lettere. E hai smesso anche di riceverle.
Non sai quando, esattamente. Non c’è stata una decisione, un ultimo francobollo consapevole, un’ultima busta messa in cassetta con la consapevolezza che fosse l’ultima. È successo come succedono le cose importanti che finiscono — senza che nessuno lo annunci.
Stai cercando di ricordare quale sia stata l’ultima lettera che hai mandato. E quella che hai ricevuto.
Quella cassettina è ancora sotto la scrivania.
Forse dovresti aprirla. Forse tutto deve rimanere nei pensieri, in quel posto sicuro dove le cose non si consumano e non si perdono.
Ma di certo io so tutto.
So la data, il luogo e l’ora — in alto a destra, come si deve.
So il profumo dell’Axe e il rosso della ceralacca.
So cosa c’era scritto nell’NB.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse.
Certi oggetti sanno chi siamo davvero.
Contatto Divino esiste perché quella memoria non vada perduta.


