La cartolina dal mare - Se un oggetto potesse parlare… #03
Quella che non ha mai avuto un francobollo. Quella che non è mai arrivata da nessuna parte.
Non sono mai arrivata da nessuna parte.
E forse è per questo che sono ancora qui.
Ho passato l’estate in una tasca, poi in una borsa, poi tra le pagine di un libro — aspettando un francobollo che non è mai arrivato. Non è che te ne sei dimenticato. È che una parte di te sapeva già che non sarei partita. Che restare era il mio destino — e forse anche il tuo piano, senza che te ne accorgessi.
Mi hai scelta con cura.
Una mezza serata, almeno.
Ho visto le tue mani scorrere sul bancone del tabaccaio, girare cartoline, rigirarne altre, scartarne alcune, tornare su quelle scartate. Cercavi qualcosa di preciso — non solo bella, ma giusta. Quella con i glitter sulle scritte. Quella con il doppio senso che avrebbe fatto ridere solo voi due. Quella che diceva qualcosa senza dirlo.
Quando mi hai presa in mano per l’ultima volta, ho capito che ero io.
Poi è cominciata la scrittura.
Non hai scritto — hai riempito. Stampatello fitto fitto, lettere piccole per far entrare più cose, righe che scendevano di lato, che giravano agli angoli, che trovavano ogni millimetro bianco disponibile. Avevi molto da dire. Forse troppo per una cartolina. Ma le cartoline sono questo — l’arte di dire tutto nello spazio che non basta mai.
Hai scritto anche dietro. Dietro al francobollo che non c’era — quello spazio che tecnicamente non esiste, che nessun postino avrebbe mai visto. E lì hai scritto il messaggio segreto. E sotto hai suggerito: metti la cartolina su una pentola d’acqua calda, stacca il francobollo, e leggi.
Un messaggio che richiedeva un rituale per essere letto.
Ci penso spesso. Quanta fiducia ci vuole per scrivere qualcosa che l’altro deve guadagnarsi il diritto di leggere.
Ho una macchia di crema solare. Quella non va via — lo sai anche tu. È entrata nella carta, ha cambiato il colore in un angolo, ha lasciato un alone che sembra quasi una firma. Non la tua — del mare. Come se anche il mare avesse voluto lasciare qualcosa su di me.
Non mi hai rovinata.
Mi hai datata.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
Ero l’unico modo che avevi per restare in contatto con quella persona durante l’estate. Non c’era altro — nessun messaggio, nessuna chiamata facile, nessun modo per dire ci sono, sto bene, ti penso senza aspettare. Io ero quella pazienza lì. Ero la prova che alcune cose meritano la lentezza.
E quella persona, dall’altra parte, aspettava. Forse non lo sapeva nemmeno lei. Ma aspettava.
Non sono mai arrivata.
Adesso vivo tra le pagine di una Smemoranda. Anche quella comprata per rituale — nella libreria del mare, quella tappa che non saltavi mai, perché luglio senza Smemoranda non era luglio. L’hai aperta, hai scelto il colore, l’hai annusata come si annusano i libri nuovi. E poi, tornato a casa, mi hai infilata tra le pagine come si fa con le cose che non sai ancora dove mettere ma che sai di non voler perdere.
Siamo rimaste insieme, io e lei. Due oggetti che sanno di mare, custodite l’una nell’altra, in attesa di un settembre che ogni anno arriva troppo presto.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse.
Certi oggetti sanno chi siamo davvero.
Contatto Divino esiste perché quella memoria non vada perduta.



