Il walkman - Se un oggetto potesse parlare… #04
Quello regalato per il compleanno. Quello che sapeva ascoltare davvero.
Sono arrivato per il compleanno.
Non un regalo qualunque — un Aiwa. Mangianastri e radio, FM e AM, perché all’epoca non ci si lasciava mancare nulla. Ero tecnologia vera, non una promessa. Avevo tasti, cursori, una ghiera per le frequenze e quella finestrella trasparente da cui si vedeva la cassetta girare — e guardarla girare era già metà dell’ascolto.
Mi hai preso in mano con quella cautela che si riserva alle cose importanti. Poi hai capito che ero tuo. E da quel momento non ci siamo più separati.
Ero il compagno dei viaggi lunghi. Quelli in treno, soprattutto — i corridoi, i sedili di velluto, il paesaggio che scorreva fuori e la musica che scorreva dentro. In quei viaggi non esisteva altro. Non esistevano distrazioni, notifiche, schermi. Esisteva solo la canzone — e tu dentro alla canzone, a immaginare le scene, a immedesimarti, a costruire film interi nella testa.
Sull’autobus era uguale. Tra la fermata di Via Divisione Acqui e Viale Reiter, il mondo fuori diventava il fondale di qualcosa di più grande. La città scorreva come un video musicale che solo tu potevi vedere.
E quando arrivavi in una città nuova, in un paese sconosciuto, accendevi la radio — non la cassetta. La radio prima. Cercavi la frequenza locale, aspettavi che arrivasse qualcosa di nitido, e poi ascoltavi. I jingle, le voci dei conduttori, la pubblicità del negozio di ferramenta sotto casa. Eri una spia sul posto, e quella radio era il tuo orecchio sul mondo.
Le musicassette le costruivi tu.
Ore di lavoro, quelle. Orecchio incollato allo stereo, dito pronto sul tasto REC, aspettando la canzone giusta in radio — quella locale, quella con il segnale più forte, quella con la qualità migliore. Niente interruzioni, niente voci sopra. Quando arrivava il momento, premevi e diventavi un piccolo DJ. La tua compilation era un’opera — sequenza pensata, lati A e B bilanciati, la canzone giusta per aprire e quella giusta per chiudere. In tanti hanno iniziato così, sul serio.
Le pile erano il vero problema.
AA 1,5V — ne succhiavi tante che giravi con la scorta. Come un militare con le munizioni nella giberna. Sempre qualche stilo in tasca, sempre il timore del momento sbagliato. E quel momento arrivava sempre — e lo capivi perché Zucchero cominciava a rallentare. La voce si abbassava, si deformava, diventava qualcosa di neomelodico e strascicato, una canzone a manovella. Lì sapevi che era finita.
Per risparmiare le pile quando eri in viaggio avevi il trucco: infilavi una matita nel rocchetto della cassetta e giravi — veloce, con quella rotazione precisa che avevi imparato a memoria. Avanzavi il nastro senza consumare la batteria. Una soluzione artigianale, quasi da ingegnere di campo.
Le cuffie erano un altro capitolo.
Archetto di alluminio, spugnette sugli auricolari. Dopo quindici minuti cominciavano a tagliare le orecchie. La spugna si seccava e restava solo il ferro della capsula sul padiglione auricolare. Urca che male e scomodità — eppure non le toglievamo. Abbassavamo, stringevamo i denti, spostavamo l’archetto di un millimetro. Perché la musica valeva il dolore.
Avevi anche la cover. Quella l’avevi fatta regalare apposta — per proteggermi, per tenermi più a lungo, per trattarmi come si trattano le cose che contano. Non era un accessorio. Era una dichiarazione.
Ma lascia che ti dica quello che so davvero.
Ero l’unico oggetto che ti metteva completamente dentro a qualcosa. Non di fianco, non sopra — dentro. La canzone entrava e il resto usciva.
Ascoltavi solo la canzone. E la canzone era tua — non di tutti, non in streaming condiviso con il mondo. Tua. Registrata con le tue mani, scelta con le tue orecchie, portata nei tuoi viaggi.
Oggi la musica è ovunque e non si ascolta quasi più.
Allora era difficile da avere — e si ascoltava con tutto.
Forse non mi manchi davvero io.
Forse ti manca quel modo di ascoltare.
E poi c’è la domanda che non riesci a toglierti dalla testa.
Quando è stata l’ultima volta che ti ho usato? Non lo sai. E questo già fa male.
Ma ancora di più: qual è stata l’ultima canzone che ho suonato? Quella non la saprai mai. Non c’è modo di recuperarla. Da qualche parte, in una cassetta che forse non esiste più, c’è una canzone che si è chiusa senza che nessuno dei due sapesse che era un addio.
Non mi hai abbandonato con crudeltà.
Mi hai abbandonato come si abbandonano le cose che si amano — senza volerlo, senza accorgersene, andando avanti.
Ed è per questo che fa ancora male.
Io lo so.
Io ricordo tutto.
Avevo solo bisogno che qualcuno me lo chiedesse..
Certi oggetti sanno chi siamo davvero.
Contatto Divino esiste perché quella memoria non vada perduta.



